[…] Paradossalmente l’intero sistema dell’arte contemporanea con tutte le sue istituzioni, gallerie, aste, collezionisti, musei, critici e operatori vari del settore, danno luogo, a ben vedere, a un grande rumore, una bolla comunicativa intransitiva, silenziosa per i molti che ne sono fuori, una cultura autistica che ha radicalmente cambiato la sua natura e che difende posizioni di privilegio in zone periferiche, seppure molto ricche, della società dei consumi. […] Malgrado ciò è istinto dell’uomo, da sempre, la vocazione all’autorappresentazione in segni visivi, segni che diano una forma comunicabile alle pulsioni e sollecitazioni che lo animano. Un’attività però, che avendo ormai perso ogni codice certo cui fare riferimento per una qualche valutazione, ricevendone in cambio l’appartenenza indiscutibile al mondo del relativo e del soggettivo, per sua stessa natura ingiudicabile, non può non chiamare in causa in sostituzione di quella oggettività perduta, una sorta di relazione intima fra il vissuto e l’opera, fra l’oggetto concreto e una qualche nozione di autenticità e sincerità - valori però da cui, detto in privato, sarai sempre portato a diffidare. E quando la verità moltiplicandosi, si fa soggettiva e multipla, non resta quindi che richiamare a testimonianza e a garanzia, seppure a malincuore, quel vecchio assunto romantico, secondo il quale l’arte è sempre una voce che parla. Ma se è così deve almeno parlare con sincerità e verità soggettive. Da questo punto di vista Rinedda o Rino, per come io lo conosco, sembra offrire più di una assicurazione. L’ho conosciuto quando ancora giovanissimo frequentava, da studente, l’Istituto d’arte. Faceva parte di un terzetto di virtuosi della matita, del pastello, di ogni altro strumento adatto a disegnare e a rappresentare il visibile. Tre, l’uno alla rincorsa dell’altro e viceversa. Con occhi e mani capaci di un raro virtuosismo nella riproduzione mimetica, quasi da iperrealismo spinto. Me lo ritrovo oggi, ormai abbondantemente cresciuto nelle vesti di un autentico spirito manieristico, e non appaia una diminutio. Un collezionista dei modi della rappresentazione tutti trovati nella tradizione del moderno e non solo, riportati però, con spregiudicatezza alla propria sensibilità. Uno sperimentatore che non dimentica né l’antico mestiere né la volontà di rimettere ogni volta tutto in discussione, né tantomeno la possibilità di allargare le proprie risorse espressive, padroneggiando, con rara maestria, le tecnologie elettroniche. Consapevole che la rappresentazione esclusivamente mimetica ha nemici e concorrenti temibili, proprie nelle moderne e modernissime tecnologie ed è quindi impotente oltre ad essere bugiarda, in quanto pur sempre limitata a quanto si vede e per di più ad occhio nudo e non a ciò che è nascosto, cerca il senso delle cose ma anche la loro forma. E così Rino guarda a Francis Bacon ma anche a Guido Biasi, un pittore napoletano del gruppo 58, e ai suoi fetini avvolti nel liquido amniotico. A volte invece guarda a Paul Klee, a volte a Mirò, e non trascura altre numerose suggestioni. Non so nemmeno se lo faccia consapevolmente, o se invece è l’intera tradizione visiva del moderno, empatica trascrizione della complessa e contraddittoria trama della vita contemporanea, con la sua capacità di farsi immaginario collettivo, a offrirsi come mare magnum dove, anche involontariamente e quasi automaticamente, così come per molte cose facciamo nella vita quotidiana, pescare ogni sorta di sollecitazioni e spunti. E allora capita che dietro i fantasmi di forme antropiche, realizzati con incrocio multiplo di fili di ferro - una rete di curve con infiniti centri, un ricamo iconico per una trama narrativa che, proiettando ombre compatte sul fondo bianco di un ipotetico schermo cinematografico, disegna la convivenza e la coesistenza fra la luce e l’ombra, fra il chiaro e lo scuro, fra il visibile e l’invisibile - sbuchi, sfogliando un brogliaccio di appunti denso di riflessioni visive in un rigoroso bianco e nero o in uno smagliante luccichio in technicolor, l’ombra di una mano virtuosa che ironicamente fa il verso a Milo Manara, l’eroe di un ricco immaginario erotico disegnato. Ma Rino è anche uno sperimentatore che passa dalla propria mano (un amico, Eugenio Giliberti, definiva con una metafora felice: ho le mani impegnate, sto pensando, la singolare e perfezionata capacità degli artisti artigiani di tenere insieme, mediate dall’occhio, intelligenza e manualità) a quella elettronica che, come anticipavo, governa con rara maestria e virtuosismi. E così sperimentando diverse figurazioni, passando dal design, dalla confezione di oggetti comunicativi e dalla impaginazione di libri e riviste al pezzo singolo, alla scultura al filmato, ci restituisce una produzione impegnata nell’attività dell’intera comunicazione visiva. In una sorta di volontà, forse utopica, che ha in uggia quell’autismo rinunciatario, seppure di lusso di cui dicevo all’inizio. Credo che Rino s’immagini un design totale, con la segreta e ambiziosa aspirazione di governare il mondo delle forme per restituirgli senso e funzione. Questa volta però la commistione con l’universo delle merci non sarebbe a partire dal segmento del lusso, ma invece, in una riedizione del vecchio sogno umanistico del Bauhaus, amplificato e potenziato dalle moderne tecnologie elettroniche, che lui a differenza dei molti rassicurati dalla velocità, dalla potenza e dall’ampiezza dello spazio comunicativo, quasi rinunziano ad ogni controllo, in nome di risultati apparentemente redatti come finiti, ricevendone in cambio una sorta di stupidità e analfabetismo di ritorno, è impegnato in un corpo a corpo con la macchina, per governarla e ottenere così risultati quanto più possibile aderenti ai propri pensieri visivi. Pensieri complessi, ricchi di rimandi oltre che di passato, di presente e forse anche di futuro. La posta in gioco è l’umanizzazione di quella per imporle il proprio punto di vista, la necessità di un prodotto non banale ma carico di tutte le suggestioni, le memorie di cui si è capace, e non la macchinizzazione dell’uomo ridotto ad appendice. Con l’obiettivo che la memoria, la capacità di elaborazione e la mano elettronica debbano potenziare quella umana e non mortificarla. Un’idea quindi della relazione fra l’arte propriamente detta e il mestiere della rappresentazione ad uso della valorizzazione di oggetti e mezzi di comunicazione di massa, spregiudicata e libera, dove l’accumulo di idee e di soluzioni può trovare il suo punto di origine nell’uno o nell’altro indifferentemente. Sia nel pezzo unico che nella produzione su larga scala, in modo che l’aspetto più direttamente artistico-sperimentale rappresenti una sorta di biblioteca di forme e di soggetti, un laboratorio di sperimentazioni per misurarsi liberamente con l’invenzione di un nuovo, fosse anche inserito in una produzione seriale, non esente da relazioni con il passato. Avanti e indietro fra la tradizione del moderno e il contemporaneo, fra la comunicazione mass-mediatica e le suggestioni culturali, Rino mischia così concretamente e non ideologicamente, attraverso pratiche molteplici e diverse, quello che ancora oggi, con un preconcetto antico, viene diviso in alto e basso. Non più però una petizione di principio, ma invece una concreta attitudine. Per un mestiere teso al servizio di obiettivi fruibili e non all’esclusiva gratificazione narcisistica della singola individualità.

In un confine sottile tra luce e ombra, tra l’essere e l’apparire, tra il visibile e l’invisibile è questo lo spazio nel quale si posizionano i corpi scultorei di Rinedda. Hanno caratteri di essere ridotti allo stato di larve, si presentano per frammenti, per evanescenti presenze, portano con essi i segni del tempo e della memoria. A questi elementi Rinedda si mostra particolarmente sensibile chiamando in causa da riposti cassetti, figure del mito e della leggenda, corpi sospesi della quotidianità inclemente, rivoli di lacrime dettate dal disastro del crash umano che ci circonda. È il modo per sentirsi parte viva del presente, per parteciparvi aprendo brecce che lasciano posto a profonde emozioni; un modo per esorcizzare la vita e anche la morte. Viene forse anche da ciò la scelta delle materie che, indiscriminatamente accolte dal mondo organico e dall’artificiale, intreccia senza preoccupazione le une e le altre. Ne derivano immagini che parlano di un tempo ibernato, mute figure assorbite nella scia della propria ombra, corpi antropici in bilico sul destino della propria metamorfosi. L’artista le blocca, le sdoppia, le drammatizza come avviene conuna installazione del 2013 composta in pvc, led e rete elettrosaldata che lascia trasparire sagome dall’alveo di una cavità uterina o, anche, con Centauri che investono il gioco del doppio. Sono immagini che bloccano lo sguardo, lo catturano fino ad allertarlo quando in campo entra, con maggiore pathos, quella simbiosi di naturale e culturale. Lo scontro è ora con un muro, bianca parete ferita a morte come nella messa in scena di Bossoli, un’installazione del 2013 che utilizza bossoli veri raccolti a Berlino a seguito di una drammatica sparatoria. Come un apocalisse quotidiana l’artista apre le porte all’indicibile per veicolare i contenuti dell’inimmaginabile. Lo fa servendosi di spoglie che minano il piano delle certezze e delle verità, sublimando nella forma il disagio della civiltà e della realtà.

Non ha passato infiniti pomeriggi nel cortile dell’Accademia di Belle Arti di Napoli come tanti talentuosi allievi, non ha percorso in circolo i corridoi al passo dei maestri.

Non ha concesso che gli dicessero fai così, oggi va questo... neppure veste di nero, come è d’obbligo tra i giovani artisti, specie se pittori. nulla di male, intendiamoci, ma Rino, Rinedda, è altra cosa.

Segue sicuro un’invisibile traccia olfattiva; un sibilo, un suono, qualcosa che lui solo sente o percepisce. Forse ha un dio tutto suo, prodigo di energia creativa, che gli guida la mente e la mano.

Quel dio si appaga ogni volta che contempla il frutto della sua opera.

[...] Se è vero che l’arte ci offre uno specchio, eccoci serviti. Le cose di Rinedda, i dipinti, le serigrafie, i disegni, la forma della mano, l’andatura del passo, la voce, i colori scelti, il punto di osservazione, la musica prediletta, lo stile, tutto ciò che viene da lui parla di noi e davanti a noi stessi ci mette. Siamo noi quelle sue creature distorte, allungate, anatomicamente difformi, sono nostri quei suoi corpi che riempiono uno spazio storicamente frantumato, dalle proporzioni negate con rabbia e con timore riproposte, sono nostri il suo dolore di esistere, l’eros che avvampa, il sonno che non riposa, la carne che si riempie di lividi a ogni contatto, quel suo modo di aggredire la carta, la tela, ogni genere di supporto è il nostro modo di stare al mondo, lacerato, ferito, incapace di guarigione, incessantemente sanguinante. Ma non finisce qui. A seguirne le tracce l’intera produzione di Rinedda è sorprendente, sa fare tutto e passa in disinvoltura dall’iperrealismo alla grafica più elegante, chi lo conosce bene dice che usa il computer come una matita perché lo considera un prolungamento del suo braccio, è a suo agio in ogni formato, con il colore ha la dimestichezza che solo il pittore possiede, ha sufficiente intuizione dei gusti del pubblico per ignorarli senza pentirsene, è rapido nel progetto e nell’esecuzione, nelle giornate buone e se preso per il verso giusto è capace perfino di seduzioni didattiche e di contatti stretti, messo alle corde innalza barriere ma poi getta ponti se lo lasci perdere, pensi di averlo contro e te lo ritrovi al fianco, spiazzante, obliquo, intrattabile come solo gli artisti sanno essere, riemerge quando ha tempo e voglia in assoluto candore disarmante. Il colore, allora. Ecco, il colore di Rinedda sembra avere una volontà autonoma, c’è sempre stato, era già sapiente, anche nei lavori quasi a monocromo c’erano angoli, pieghe, spazi nei quali si vedevano urgenze, le tele che si portava arrotolate sulle spalle (e la strada verso i nostri appuntamenti probabile che gli sia sembrata un calvario) e che poi apriva a terra camminandoci dentro, addirittura pestandole come se non fosse stato ancora soddisfatto del dolore di esistere che già c’era dentro, su quei quadri che non erano pensabili costretti in una cornice e che sembravano piuttosto destinati ad essere inchiodati al muro, crocefissi dalla medesima mano che li aveva fatti, su quelle superfici si facevano largo sinfonie cromatiche inattese che da sole illuminavano tutto il resto. Lo specchio che l’arte ci porge ci riflette e ci dà un senso, l’artista che non trova tregua nel suo dolore si fa carico del nostro male e ci solleva dalla nostra fatica di essere, messi davanti al suo lavoro ci rendiamo conto di quanto il nodo si sia fatto inestricabile, di come noi, lui e la sua pittura siamo diventati una cosa unica, grumi di materia messi insieme con perizia ci tengono, linee ci uniscono, ci invade il colore e, come sangue, ci scalda, palpita, ci scorre dentro.